Lettere dal passato – ristampa e lettura 25 dicembre 2025

Pubblichiamo un frammento tratto dal libro
“LETTERE DAL PASSATO”
della Collana “Inutili Passioni”
edito da Civiltà Provvisoria

ristampa e lettura
del 25 dicembre 2025

Collegamento microchip SRL30H26
riconosciuto e approvato

Che splendida mattina autunnale. I raggi di sole, attraversando il vetro della finestra chiusa, causano la prima molestia alle pigre palpebre: restare chiuse, in quel placido abbandono interiore, o aprirsi, alle prevedibili sfumature di rosso e giallo che, liberate dalla foschia mattutina, dipingeranno un rinnovato miracolo della natura?

Stiracchio con delicata prudenza le mie anziane membra, un piacere arcaico risveglia quella voglia di vivere che ha sempre accompagnato le mie giornate. Ho avuto una vita felice. Sono stata amata da un uomo fantastico, che si è spento sorridendomi. Mentre le sue ciglia si intrecciavano, una brezza mi ha avvolto in un ultimo caloroso abbraccio: ho avuto la certezza che era solo un arrivederci.

Oggi la mia vitalità è lievemente contrastata da un dolore al petto. Fatico a respirare e mi gira la testa. Nonostante le notizie, che da mesi parlano di questo virus, causa di tanta sofferenza, io sono serena. Non temo la morte, ho vissuto intensamente, non ho rimpianti e alla mia età, ogni giorno è un buon giorno per morire.

Penso alle amorevoli attenzioni che ricevo da mia figlia, desidererei non darle preoccupazioni, e decido di contattare il mio medico. Sono anni che non mi vede. Cerco il numero e lo chiamo: per un paio di ore risulta occupato. Decido di recarmi nello studio che si trova vicino alla mia abitazione: sono fortunata arrivo trenta minuti prima della chiusura.

Lo studio è deserto, soddisfatta e stupita mi siedo, i dolori non sono opprimenti e attendo con pazienza. Oltre la porta socchiusa sento la voce della dottoressa. “Dobbiamo segnalare anche questi casi asintomatici” è l’incomprensibile frammento di dialogo che raccolgo senza volontà.

Dopo alcuni minuti esce l’infermiera, mi guarda, appare indispettita per la mia presenza e dice che non posso essere in studio senza un appuntamento. Cerco di spiegare le mie ragioni, ma lei dice che sono oberati di lavoro. Io guardo con aria interrogativa lo studio vuoto e lei incalza: “Dobbiamo trasmettere decine di segnalazioni, anche oggi salteremo il pranzo”. I suoi movimenti mi inducono all’uscita, comprendendo i loro problemi, non mi faccio pregare e abbandono lo studio.
Torno a casa, i dolori non sono al centro della mia attenzione, sono preoccupata per la mia dottoressa: immagino che periodo duro deve essere per lei.

Dopo un paio di ore ricevo una sua telefonata. Rispondo mortificata, penso al fatto che le ho causato preoccupazione e che le porterò via del prezioso tempo. La riconosco, seppur il suono arriva alterato dalla tecnologia del viva-voce: “Vuole prendere un appuntamento per la vaccinazione antinfluenzale?”. Ringrazio e rifiuto l’invito. Ritenendo appropriato il momento, cerco di spiegarle perché ero andata a trovarla. Lei gentilmente mi ricorda che non ha tempo e dice che devo telefonare nelle ore di studio per prendere un appuntamento. Io ringrazio e le permetto di chiudere la comunicazione.

Averla sentita mi ha affievolito i dolori, accendo la radio per sentire un po’ di musica. Il notiziario stranamente non esordisce con il bollettino dei contagi Covid19, ma con la notizia della morte di un certo Maradona. Il mondo sembra affranto dalla sua scomparsa.
Sono sintonizzata su una radio locale che incalza una notizia che fatico a comprendere: un’Azienda Sanitaria Locale ha proposto degli incentivi economici, ai medici di base che raggiungono un’elevata percentuale di pazienti vaccinati. Chissà perché il giovane intervistato è così sdegnato. Sono troppo vecchia per raccogliere e comprendere queste sfumature della vita pubblica.

E’ ormai sera, sento il bisogno di adagiare il mio corpo stanco. Lascio la tapparella alzata. Mi piace guardare le stelle. L’immagine di quel cielo, immenso e sapientemente illuminato, alimenta ricordi della mia infanzia in campagna. Chissà perché mi viene in mente il medico condotto che ogni mese veniva a visitare la nonna. Lo accoglievamo con gioia e lui ricambiava dispensando tranquillità. Tutto si svolgeva con serena umanità. E alla fine, quando mia madre porgeva alcune uova appena prese nel pollaio, il dottore mostrava tutto la sua gioia portando il guscio alla guancia in un genuino rituale di apprezzamento. Aveva il tempo di congedarsi con un pensiero gentile e un sorriso riconoscente.

Mi sento lievemente stanca, chiudo gli occhi e… ho la sensazione di poter dispensare un immenso e concreto abbraccio a tutta l’umanità… sono serena e sicura che quello che abbandono sul letto… è solo un corpo: un fantastico strumento che mi ha permesso di godere emozioni e mai, la ragione per cui vivere.

La consapevolezza di non aver mai permesso alla paura di morire di impossessarsi delle mie azioni, si tramuta nel più significativo e soffice abbraccio di vita.

 

Arcobaleno