Vaccini: wild, wild world

 

Butch: Non puoi liberarti della paura. È come Madre Natura: non puoi batterla o sfuggirle, ma puoi resisterle e scoprire di che pasta sei fatto.

Papo Henry: A volte devi superare le tue paure per riuscire a vedere la bellezza che ti circonda.

Tonitrus: La tempesta è una festa!

Papo Henry: Corri, Arlo!

Ramsey: Li odio quelli! [gli pterosauri] Figli di un pipistrello [Tonitrus], che se la prendono con un ragazzino [Arlo] !

(Frasi tratte dai dialoghi del Film “I viaggi di Arlo”)

 

Seguire l’evoluzione delle varie tappe dei 176 vaccini in fasi pre-clinica o di test su persone e comprendere le ragioni, gli interessi dello sforzo in atto a tutti i livelli è un esercizio arduo, complicato sul piano tecnico e concettuale, eppure necessario per cercare di trovare un bandolo nella matassa intricata che si è creata e offrire qualche spunto di riflessione e magari qualche argomento per andare oltre la questione dei vaccini. È la nostra sfida.

  1. La prima domanda che ci possiamo porre è se siano fondate le speranze di ottenere un vaccino sicuro ed efficace in un tempo ragionevole, argomento che sta magnetizzando l’ attenzione di gran parte dei Governi, dei media, di un’opinione pubblica sempre più ansiosa, di tutti i settori economici, a scapito purtroppo, ci duole dirlo, delle terapie che pure continuano a registrare progressi anche vistosi su vari fronti e di questioni basilari per il benessere in senso lato dei cittadini. Il fattore tempo dovrebbe essere relativo in questo contesto ed invece si sta dimostrando una priorità. E noi siamo convinti che i rischi di fare in fretta siano perlomeno tripli: non solo di far nascere gatti ciechi, ma anche di pagare carissimi prodotti che altrimenti avremmo potuto ottenere a condizioni di mercato più vantaggiose, perché sappiamo che per il mercato il tempo è denaro; poi infine di trascurare la strada maestra della natura. Ma la corsa è partita e quindi non stiamo qui a discutere di fermare i treni in corsa. Ci limitiamo ad accompagnarli nel loro percorso con i mezzi di bordo.

Illustrare i progressi di vaccini e terapie con cognizione di causa è molto difficile anche a causa della velocità di generazione e di diffusione delle novità e delle breaking news ormai quotidiane.

Prendete, per dirvene una, l’interruzione dei test della fase 3 comunicata il 9/9 dall’impresa anglo-svedese AstraZeneca a causa di un problema di carattere neurologico del midollo spinale (mielite trasversale) di una volontaria britannica, rivelato dal sito web americano Stat collegato al Boston Globe sulla base di fonti di informazione anonime. Con ben tre giorni di ritardo sull’accaduto l’impresa ha confermato la notizia dell’interruzione, secondo il New York Times. La stessa impresa aveva emanato poche ore prima di quel 9/9 un comunicato congiunto con altre otto sorelle di Big Pharma per affermare solennemente il proprio impegno a favore della sicurezza nei procedimenti legati alla sperimentazione dei vaccini.

La stessa AstraZeneca, causando di nuovo una certa sorpresa, ha annunciato il 12/9 la ripresa dei test nel Regno Unito, successivamente in Brasile, ma non ancora in altri Paesi, per aver individuato la causa del problema sorto, senza tuttavia rivelare la natura del problema, né come esso sia stato risolto. Nello stesso giorno Pfizer ha annunciato di aver aumentato da 30 mila a 44 mila il numero dei volontari inclusi nella fase 3 dei test in uno sforzo di diversificare le tipologie di partecipanti e ridurre i tempi tecnici per ottenere risultati dai test stessi.

Non vi pare che si abbia il diritto di sapere da entrambe queste imprese le ragioni che sono alla base di tali decisioni?  Che vi sia il dovere da parte di entrambe di esercitare il massimo della trasparenza su questioni così delicate? Il che, oltre ad aumentare la fiducia della popolazione nei vaccini, sarebbe, noi crediamo, nell’interesse anche delle stesse imprese, visto che la notizia dell’ interruzione dei test da parte di AstraZeneca aveva sollevato molti dubbi sulla validità del percorso fin qui seguito e perfino spinto l’ OMS ad affermare che non c’era da attendersi un vaccino prima del 2022, mentre un’ombra calava sulla sicurezza di tutti i vaccini in fase di sperimentazione e dubbi aumentavano sulla possibilità di ottenerne uno in tempi brevi. “Il tempo della scienza non é quello della pressione politica” si erano intanto affrettati a dire scienziati di varie nazionalità, riaffermando il primato della ragione e del buon senso, oltre che di una visione equilibrata delle cose.

  1. Questo è solo un dettaglio di una storia che comincia i primi di marzo, come racconta il New York Times nel suo podcast del 17 Agosto (https://www.nytimes.com/2020/08/17/podcasts/the-daily/trump-coronavirus-vaccine-covid.html). Una storia mossa verosimilmente da motivazioni elettorali del Presidente Trump, che da allora in poi avrebbe finanziato con circa 11 miliardi di dollari sette imprese farmaceutiche multinazionali per sviluppare il più rapidamente possibile uno o più vaccini, da riservare ovviamente in primo agli USA, secondo il motto “America first”.

La manovra viene concepita a seguito di un incontro alla Casa Bianca avvenuto il 2 marzo 2020 tra esponenti governativi e rappresentanti delle maggiori industrie farmaceutiche, che avrebbe portato agli inizi di aprile alla nascita di una task-force denominata “Warp Speed” (velocità estrema), ovvero un programma inter-agenzie a livello federale, associato ad un partenariato pubblico-privato. Come Consigliere principale di questa task-force viene messo l’ex Presidente del Dipartimento Vaccini della multinazionale GlaksoSmithKline (GSK), Moncef Slaoui, sempre secondo le rivelazioni del New York Times (https://www.nytimes.com/2020/05/13/us/politics/coronavirus-trump-operation-warp-speed.html), mentre come principale responsabile operativo (Chief Operating Officer) viene nominato il Gen. 4 stelle Gustave F. Perna, fino ad allora responsabile del Comando Materiali dell’ Esercito. Tralasciamo qui l’imbarazzante conflitto di interessi implicito nella nomina di Slaoui, che in Brasile prende anche il nome di patrimonialismo (quel fenomeno qui assai diffuso fin dai tempi della scoperta del Paese, ove si confonde la Res Publica con gli interessi privati. Ma anche in Italia ne sappiamo qualcosa). Un duo (Slaoui/Perna) che avrebbe poi ispirato il Presidente brasiliano Bolsonaro, quando a giugno avrebbe dato una svolta decisionista, anche se non operativa, all’azione del Ministero della Sanità contro il coronavirus, dopo le dimissioni forzate di due medici competenti entrati in conflitto col Presidente, portando al suo vertice un Generale 3 stelle (anche lui specializzato in logistica come l’americano Perna), Eduardo Pazuello. Quest’ultimo si sarebbe poi circondato di una miriade di collaboratori, pescati tra altri militari alla ricerca di posizioni e di prebende, sul modello venezuelano (questo Continente americano, che non cessa di stupire per la sua capacità di unire opposti apparentemente inconciliabili!).

Quindi negli USA un miliardo di dollari viene diviso a metà tra Moderna e Pfizer, mentre un altro miliardo va ad AstraZeneca, il resto alle altre imprese partecipanti al generoso sforzo dell’Amministrazione americana. Se non bastasse la preoccupazione elettorale a giustificare tanti finanziamenti a sette diverse multinazionali private, con le quali le Agenzie Federali immagino giocassero il ruolo di comprimari, vista la sproporzione di risorse e di uomini, come la mettiamo con la questione etica, già denunciata da Ippocrate, di contratti di acquisto seguiti da finanziamenti per vaccini che magari neppure avevano iniziato la fase di sperimentazione sugli umani?

Purtroppo, il cattivo esempio americano viene seguito a ruota da molti altri Paesi e da lì comincia una corsa al vaccino che diventa sempre più affollata e ricca. È un ricorrersi incessante, dovuto soprattutto all’interesse spasmodico ormai creato dalla pandemia, ma soprattutto alle ingenti risorse, anche umane, impiegate sui vari fronti, nonché ai progressi enormi della tecnologia e della scienza e quindi ai tempi sperabilmente più rapidi di trovare uno o più vaccini a tutti i costi. Con il sostegno non facile da ottenere su una materia così ardua da parte dell’opinione pubblica, impaurita  e traumatizzata dalla pandemia, ma più determinato invece da parte dell’ establishment disposto ormai a tutto pur di trovare una via d’uscita a questa pandemia ed a riversare nell’economia sussidi mai visti neppure durante la grande crisi del ’29 o del secondo post- guerra.

E non poteva mancare un’ appendice diplomatico-finanziaria a questa corsa ai vaccini, con la Cina protagonista, sempre lei, impegnata in una azione a vasto raggio per usare il vaccino come una carota, come fa notare ancora una volta il New York Times (https://www.nytimes.com/2020/09/11/world/covid-19-coronavirus.html), per elargire finanziamenti ed aiuti a Paesi Latino americani, dei Caraibi, Africani, Europei ed Asiatici e quindi porre rimedio agli errori compiuti nella fase iniziale della pandemia.

Questo fenomeno ci pare un remake sulla pelle della gente della formula Indy Car, quelle corse automobilistiche nate negli USA, tipo “Cars” di Walt Disney, (molto popolari anche in Brasile, fra gli altri Paesi), dove le auto si rincorrono all’impazzata, superandosi in manovre azzardate e spettacolari, fatte per soddisfare le pulsioni degli spettatori per rischi adrenalinici e far vincere alla grande i più spericolati, placando così spettatori alla ricerca di emozioni sempre più forti. Sospetto reso ancora più concreto quando in campo è sceso il vaccino Sputnik 5, sponsorizzato dal Presidente Putin, autorizzato l’11/8 e iniettato sulla propria figlia pochi giorni dopo in una manovra molto mediatica. Già a settembre ne sarebbe stata annunciata la fase di produzione per il mese di ottobre in concomitanza con lo svolgimento della fase 3 dei test.

Quasi a ripetere lo sprint della corsa allo spazio del 1957, quando in un lontano quanto mitico 4 Ottobre fu lanciato nello spazio il satellite russo Sputnik 1, per sorprendere gli Americani in primo luogo ed il mondo sulle capacità tecnologiche dell’URSS e quindi dare l’avvio alla competizione. Appena 4 anni dopo, altra sorpresa per il mondo, l’astronauta Yuri Gagarin avrebbe coronato il 12 Aprile del 1961 con la sua navicella Vostok 1 il sogno dei sovietici di scavalcare nello spazio cosmico ancora una volta in piena guerra fredda gli americani, spingendoli due anni dopo a prendere con Kennedy il solenne impegno nel 1963 di arrivare sulla Luna entro la fine degli anni ´60. Cosa puntualmente avvenuta sei anni dopo, quando lui e suo fratello purtroppo non c’erano più. Per una di quelle bizzarrie della storia, oggi, Robert Kennedy Jr, Avvocato e Procuratore, nipote del Presidente John, è diventato uno dei più noti attivisti no-vax nel suo Paese, nonché sostenitore del Gruppo “Medici e Scienziati per la Verità”. Tout se tient, verrebbe da dire se credessimo nelle sorti magnifiche e progressiste dell’Umanità.

A parte il caso cubano e quello argentino, di cui parleremo più avanti, vogliamo dire che percepiamo in questa corsa ai vaccini il sentore di una competizione dettata da motivazioni che sono prima di tutto politiche, poi economiche, poi di prestigio, legate tra di loro, all’insegna di un unilateralismo/imprenditorialismo sfrenato, che è l’ esatto opposto del multilateralismo di cooperazione che noi, invece, difendiamo come forma più evoluta di civiltà e di integrazione quando rispetta la res pubblica, i diritti di cittadinanza, gli interessi, nonché il futuro delle rispettive popolazioni, soprattutto quelle più vulnerabili ai processi di integrazione e di globalizzazione, oggi sempre più interconnesse e simili nei loro bisogni, nelle loro aspettative di decenza nella gestione dello Stato e magari anche di sviluppo.

Unilateralismo che, guarda caso, é stimolato proprio e principalmente dai membri del cosiddetto Consiglio di Insicurezza delle Nazioni Unite, rappresentati a vario titolo da Governi o da multinazionali delle cinque impotenze (di fronte al virus beninteso) a loro riconducibili in vario modo, con il corollario di altri comprimari, ansiosi di qualche strapuntino in quel consesso, come appunto avviene nella sempre aperta ed anacronistica battaglia per un allargamento del Consiglio di Sicurezza, cui il Brasile continua a partecipare con totale convincimento di averne pieno diritto.

  1. Seguiamo allora le tappe principali di questa corsa nazionale al vaccino: nel giugno 2020, il Ministero della Sanità brasiliano, ha firmato un contratto di 127 milioni di dollari per la consegna di 30,4 milioni dosi di vaccini della AstraZeneca, con l’annuncio che un primo lotto sarebbe stato distribuito a dicembre 2020 ed un secondo a gennaio 2021. Altri contratti il Governo brasiliano li avrebbe firmati, nelle settimane successive, con imprese ed Istituzioni scientifiche cinesi (Sinovac, Fosun, Sinopharm, Beijing Institute, CanSino Biologics, Beijing Institute of Biotechnology), Governo cinese, Moderna e National Institute of Health (americani), Gamaleya Research Institute (russo), Murdoch Children Research Institute (australiano), Janssen Pharmaceutical Companies (controllata dall’americana Johnson & Johnson).

La Commissione UE ha firmato il 14/8 un contratto con la AstraZeneca per 400 milioni di euro per l’acquisto di 300 milioni di dosi di vaccino, oltre ad un’opzione di acquisto per altre 100 milioni di dosi. La stessa Commissione UE aveva siglato in precedenza accordi analoghi con le imprese Sanofi (francese)-GSK (GlaxoSmithKline, multinazionale) e Johnson & Johnson).

Il 15/9 altro annuncio da parte del Governo tedesco: finanziamenti per 750 milioni di euro a tre imprese tedesche per accelerare la ricerca di un vaccino: 252 ml. a CureVac, 375 ml. a BioNTech, 123 ml. a IDT Biologic.

Il 16/9 la Commissione UE ha annunciato la firma di un accordo con le multinazionali Sanofi e GSK per la fornitura di fino a 300 milioni di dosi un vaccino contro il Covid-19, mentre altri accordi sono in fase di negoziazione con altre imprese.

  1. Ma veniamo alla questione specifica della natura dei vaccini in preparazione. Sono 9 i vaccini (su 176 in tutto il mondo) che hanno raggiunto la fase 3 clinica e quindi potrebbero essere disponibili nei prossimi mesi: quattro di loro sono made in China, tre made in USA, 1 in Russia e 1 in Australia. 139 di essi si trovano in fase pre-clinica, che significa di test biologico-molecolare e animale, il quale precede le prime tre fasi della sperimentazione umana propriamente detta. Secondo il Prof. Sergio Abrignani, docente di Patologia presso l’ Università Statale di Milano, nonché Direttore dell’ Istituto di genetica molecolare ”Romeo ed Enrica Invernizzi” (v. corriere.it del 7/9/2020),”la fase 3 può durare da 6 mesi a diversi anni e consiste nel somministrare il vaccino a 30-40 mila persone, che vengono poi confrontate con un gruppo di controllo non vaccinato. Il numero di infezioni con malattia deve essere notevolmente minore rispetto a quello registrato tra gli altri volontari non immunizzati”.

Lo stesso Prof. Abrignani ha espresso dubbi sulla possibilità che alcuni dei c.d. “finalisti” riescano a completare la fase 3 entro il 2020, ma non ha escluso che in alcuni Paesi e per specifiche categorie si possano seguire procedure di approvazione “emergenziale” della produzione e somministrazione di vaccini, come già avvenuto nel caso della Sars-Cov-2. Secondo un iter normale, la produzione “inizia solo dopo una prova definitiva di sicurezza ed efficacia. Probabilmente la vaccinazione universale della popolazione sarà avviata solo dati solidi su gruppi molto numerosi ed eterogenei”

Secondo fonti di stampa, due 0 tre vaccini infine sono stati già approvati dal Governo cinese per un uso emergenziale limitato a personale di rischio, ovvero appartenente al settore sanitario, militare e dell’Amministrazione pubblica. Le stesse Autorità cinesi hanno annunciato il 15/9 che un vaccino potrebbe essere disponibile già a novembre. Anche Cuba ha annunciato a metà agosto di avere un vaccino in fase avanzata di sviluppo.

In questo panorama non proprio incoraggiante, registriamo una notizia interessante dall’Argentina attraverso il Dr. Hugo Lujan, biochimico, Professore dell’Università Cattolica di Cordoba, Ricercatore, Direttore del Centro di Ricerca e Sviluppo in Immunologia e Malattie Infettive, che informa in un’intervista rilasciata ad una Tv argentina, sulla fase pre-clinica in cui si trova un vaccino orale contro il Covid-19 come seguito di un altro vaccino anti-influenzale elaborato lo scorso anno dalla sua stessa equipe (anche sulla base della vasta esperienza nel settore dell’ allevamento degli animali, essendo l’ Argentina grande produttore di carne. Può infatti interessare il lettore la circostanza che il primo vaccino – ed il nome stesso di questo tipo di scoperta- nella storia dell’umanità fu quello contro il vaiolo nel 1798 da parte del britannico Edward Jenner, il quale si basò sull’osservazione delle venditrici di latte, le quali venivano infettate dal vaiolo delle vacche. La sua intuizione fu appunto quella di infettare le operaie sane, usate come cavie, con pustole estratte dalle ferite delle vacche, provocando reazioni che portarono alla loro immunizzazione. Di qui il nome dato al vaccino di “variolae vaccinae”, ovvero di vaiolo della vacca. Nrd)

 Il vaccino argentino è quindi un prodotto che, almeno in laboratorio, presenta notevoli vantaggi rispetto ai vaccini iniettabili che sono praticamente tutti gli altri finora in lista di attesa e che riuniremo per semplificazione in una un’unica categoria.

Il primo tipo di vaccino, assunto per via orale, assicura essenzialmente uno scudo di superficie corporale, impedendo che il virus invada il nostro corpo attraverso le mucose, a differenza dell’altra categoria di vaccini che lascia invece penetrare il virus per poi combatterlo sulla base della generazione di anticorpi nel sangue e nello spazio interstiziale.

I vaccini della seconda categoria che sollevano le maggiori riserve sono in particolare quelli che usano DNA/RNA e altri virus carrier iniettati nel braccio sotto la pelle, provocando effetti collaterali non trascurabili quali reazioni iperinfiammatorie etc, ed avendo nel loro insieme una efficacia più limitata rispetto al vaccino orale e quindi un costo/beneficio inferiore.

Per fare un esempio sulla maggiore convenienza del vaccino orale, e qui faccio appello alle frequenti e sempre interessanti conversazioni avute nei giorni scorsi col Dr. Juan Bertoglio, mio tutor e co-coordinatore per l’America Latina per IppocrateOrg, possiamo ricorrere ad un’analogia con la funzione dei cani da guardia in una casa, dato che esso consente di attivarne tre allo stesso tempo: uno in corridoio (IgM nel sangue), un altro nel salotto (IgG nello spazio interstiziale) e un altro al cancello (IgA sulle superfici mucose) che ne controlla il muro esterno, sempre attento ad avvisare i suoi due compagni, in primo luogo chi è più vicino alla difesa del luogo da proteggere, fisiologicamente quasi sempre vincente. Quando il cane da guardia IgA ha problemi e bisogno di aiuto, il suo compagno IgG si duplica e un suo sosia salta attraverso la finestra del salotto e corre in suo soccorso, mentre il terzo del gruppo, IgM, non abbandona mai il suo posto di seconda linea nel corridoio. Nel caso in cui l’invasore riesca ad entrare in quella casa (per esempio attraverso il tetto o il camino), IgM riesce in linea di massima ad aver ragione dell’invasore o ha la garanzia che il sosia IgG del suo compagno entri in azione nel caso in cui vi sia bisogno di un supplemento di attacco.

Lo sviluppo evolutivo filogenetico (ovvero della specie) e ontogenetico (ovvero dell’individuo) di questo sistema di sopravvivenza del genere umano è andato avanti per milioni di anni ed è pertanto un risultato consolidato. L’ addestramento di questi tre cani, ottenuto attraverso l’uso del vaccino orale, si realizza senza stress, è pacifico ed è totalmente specifico: con esso i cani imparano a riconoscere e ad eliminare soltanto quegli invasori che sono armati e si comportano in modo aggressivo nei confronti degli abitanti e degli oggetti della casa. Senza quindi fare danni collaterali alla casa ed all’ambiente che proteggono.

Nel secondo caso, quello dei 176 vaccini in gestazione, che saranno iniettati sotto la pelle o per via intramuscolare, allorché si registra il contagio del virus dell’organismo umano, si produce un’attivazione eccessiva e non immediata di difese quasi soltanto di IgG e cellule linfoidi (risposta immune secondaria e successive), ma dopo che il virus ha già attraversato le mucose, é circolato nel sangue ed entrato nei diversi organi: è come se quel cane di casa (gli anticorpi IgG) si trovi ora da solo nascosto in camera e lasciasse entrare l’ aggressore fino all’ultimo angolo della casa, quando lui magari ha già distrutto molti oggetti di valore prima di abbaiare e mordere.

È ovvio allora che questo tipo di immunità non sia quello ideale.

Un secondo problema di questo tipo di vaccini è che usa sostanze complementari (coadiuvanti), per far reagire l’insieme del sistema immunitario in modo più intenso, attivando risposte multispecifiche e iperinfiammatorie, contro migliaia di potenziali altri aggressori già da tempo in memoria immunologica, sia per infezione o per altri vaccini passati, ma che al momento della vaccinazione non sono attivi.  Mentre soltanto uno di essi é il nemico da abbattere (gli antigeni virali specifici SARS-CoV-2), rischiando quindi di produrre danni ad organi sani o debilitati da precedenti patogenie, scatenando reazioni incrociate di confusione immunoregolatoria, come si é appunto verificato nel caso della paziente britannica, che ha causato l’arresto della sperimentazione da parte di AstraZeneca e poi la successiva ripresa dopo alcuni giorni.

È come se questo tipo di vaccino, di nuovo assimilato ad un cane da guardia, abituato a difendere la casa contro altri tipi di aggressori, venga poi addestrato a riconoscere e ad attaccare un nuovo aggressore in modo tale che debba prima mordere un sacco di persone ignote che passano per caso, di notte, nei paraggi di quella casa le cui caratteristiche sono state nel frattempo alterate dai componenti del vaccino, che provocano una grande confusione nella sua capacità di riconoscimento dell’aggressore e della capacità di risposta all’aggressione, che diventa massima e quindi sproporzionata. Questo comportamento può generare danni collaterali, provocando una risposta contro altre strutture biologiche, quali ad esempio. il midollo spinale della volontaria britannica.

Questa seconda modalità di reazione del vaccino (compresi gli aspetti di carattere finanziario e mediatico coinvolti) mi fa fare qualche analogia, mutatis mutandis, con la scelta degli Americani di combattere i nemici in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq: si scelgono i mostri, si “massaggia” l’opinione pubblica, si inviano truppe ad abundiantiam, si spendono trilioni di dollari per poi ritirarsi con nessun risultato. Anzi, col morale a pezzi, le finanze pubbliche pure e l’immagine di superpotenza distrutta. Purtroppo per noi che non siamo antiamericani e che invece li vorremmo alleati. Di qui forse il bisogno di pensare prima all’ America. Ma per necessità, non per scelta.

Quindi, il primo tipo di vaccino agisce in maniera del tutto alternativa e più naturale, potendo durare nel tempo molto di più dei suoi concorrenti, esposti al rischio di provocare danni collaterali, durare, poco tempo e quindi mostrarsi meno efficaci, oltre che evidentemente più cari, dovendo essere somministrati in alcuni casi in più o ripetute dosi.

A queste differenze se ne aggiungono altre, che propendono a favore della versione argentina del vaccino orale: la sua diffusione attraverso le mucose della bocca e la struttura immunitaria che si localizza sotto la mucosa della gola e dell’intestino, notoriamente più efficaci per generare le immunglobuline A (dirette ai tessuti di superficie), G (dirette allo spazio interstiziale) e M (dirette al sangue), in quanto i vaccini concorrenti generano soltanto le immunoglobuline G e M.

 Inoltre, il vaccino orale è esente dai rischi e dai costi dell’ uso di siringhe e aghi, che possono causare infezioni ed è  quindi più conveniente sul piano economico, più pratico in termini di somministrazione rispetto ai suoi concorrenti, potendo essere distribuito in tempi molto più rapidi in ambulatori notoriamente sovraffollati, se pensiamo alla situazione di precarietà in cui si trova gran parte della rete sanitaria pubblica tanto dei Paesi del Continente Americano, quanto di molti Paesi del Sud ed Est Europeo, per non parlare di quelli del Terzo Mondo o dell’ Asia, sia pure emergente.

Last but not least, il vaccino argentino è totalmente finanziato dallo Stato argentino ed il brevetto sarà di sua proprietà, il che garantirà costi di produzione e di commercializzazione assai contenuti, oltre che garanzie superiori di controlli.

Affascinante, non vi pare?

  1. Ma perché le domande che ci siamo posti noi non se le sono fatte i poderosi partecipanti alla riunione alla Casa Bianca del 2 marzo scorso o alla Commissione UE o nei Vari Governi prima di decidere quale vaccino scegliere, magari ricordandosi i dialoghi del film italiano “Il viaggio di Arlo” , il detto latino che “Natura non facit saltus” , la storia di Jenner e dei vaccini e che quanto più si rispettano i meccanismi biologici e meno si manipola il DNA, tanto più sicuro sarà il cammino e conveniente la via d’uscita per tutti?

Noi ovviamente speriamo che uno o più vaccini siano disponibili per il maggior numero di persone, con la maggiore sicurezza, efficacia e durata possibile in termini di difese immunitarie, nel minor tempo possibile. Il calcolo costi-benefici potrà essere fatto solo in un tempo successivo.

  1. In attesa degli sviluppi su tutte queste questioni e magari su altre che potranno aggiungersi, ci poniamo una serie di altre domande, che riteniamo utili collegare alla questione vaccini, perché occorre sempre rispettare le regole del buon governo quando parliamo di politiche pubbliche. Queste regole richiedono, a nostro parere, che esse puntino a tutelare, oltre che quelle strettamente tecniche che abbiamo richiamato, anche le altre collegate al cosiddetto costo/beneficio nel senso di chiedersi se sia sensato che 176 vaccini siano sperimentati allo stesso tempo.

Inoltre, ci terremmo a che la questione dei vaccini fosse sempre collocata in un quadro più ampio: per esempio quello della democrazia, ovvero della trasparenza delle informazioni e qui siamo abbastanza preoccupati dalle procedure di regimi autoritari che sfuggono, magari parzialmente, a controlli di Autorità sanitarie internazionali, di mezzi di informazione liberi, di opinioni pubbliche ugualmente libere. Quindi diffidiamo epidermicamente di quei Paesi che non offrono garanzie da questi punti di vista perché non sono democratici.

Poi ovviamente continueremo a difendere la questione del costo/opportunità, ovvero quante altre cose si sarebbero potute fare canalizzando, sia pure parzialmente, le risorse investite nei vaccini, su progetti di cooperazione internazionale o di politiche nazionali?

Il tutto in un tentativo di proporre, mutatis mutandis, un approccio olistico anche alla questione dei vaccini, come per esempio il Dr. Enzo Soresi fa nell’intervista concessa ad IppocrateOrg e pubblicata a parte nel sito, quando tratta della salute delle persone, citando il suo caso personale di malato di Covid-19 alla bella età di 82 anni, ben portati a giudicare dalla foto che accompagna la stessa, grazie ad uno stile di vita che é un esempio da imitare. Ma che é anche il prodotto di una cultura che, insieme all’etica di IppocrateOrg, sono due degli elementi fondanti del nostro Movimento, un gruppo di sognatori con i piedi per terra, come ebbe a dire nei giorni scorsi quel medico cileno, mio special advisor su questioni tecniche, in una perorazione di adesione scritta recentemente.

  1. Mi viene in mente, per giustificare il titolo di questo editoriale sulle follie pro-vax provocate dalla pandemia nel mondo, una suggestiva serie Netflix (Wild, wild Country), dedicata all’utopia di una comunità hippy che si installò in una sperduta località dell’ Oregon (che sarebbe stata addirittura ribattezzata Rajneeshpuram in omaggio al suo Guru),  tra il 1980 ed il 1985, ed arrivò a circa 20 mila partecipanti in gran parte di classe media e di istruzione elevata, sotto la guida magnetica di un Guru indiano, più noto come Osho, che avrebbe costruito dal nulla una straordinaria ed efficiente città-comunità del Sole e della Gioia, un misto di spiritualismo e di edonismo non consumista spiegabile con la cultura hippy di quegli anni. L’esperimento durò poco tra mille difficoltà ed esperimenti azzardati perché, anziché accontentarsi di una vita appartata e discreta, senza montarsi la testa, volle sfidare con il suo stile eterodosso quello della comunità di circa 5 mila abitanti della cittadina ostili alla setta ed al suo stile di vita ed in gran parte conservatori del nord-ovest americano. Che infatti si rivoltò contro “gli intrusi”, arrivando ad usare anche le armi per intimidirli nel miglior stile del far-west e trovando, sciaguratamente, pan per focaccia. Ma le cause del fallimento dell’utopia furono più ampie: vi era una contraddizione di fondo tra i sermoni e lo stile di vita del Guru e del piccolo gruppo dirigente, sempre più divorato dal materialismo, dalle droghe e da giochi di potere (Rajneeshpuram = ”La Fattoria degli animali” di Orwell), da una parte, e le aspettative e le pratiche della maggior parte degli altri partecipanti a questo esperimento sui generis di nuovo mondo, dall’altra, che cozzava con il progetto iniziale. Vi furono infine anche pratiche amministrative e finanziarie illegali da parte di quel “cerchio magico”, di cui si avvalsero il Congresso e le Istituzioni americane, sollecitate dalla piccola comunità locale wasp contraria all’utopia, per formulare una serie di imputazioni di carattere amministrativo, penale e fiscale e quindi costringere prima ad una fuga precipitosa in meno di 48 ore dall’Oregon verso altri Stati americani, in due aerei privati, Osho e tutto il suo gruppo dirigente, poi alla rapida espulsione degli stranieri verso altri Paesi, portando Osho a rientrare in India, dove sarebbe morto nel 1991 a soli 59 anni.

Le sue teorie continuano ad essere insegnate a Puna in India e perfino rimpiante da alcuni dei suoi antichi sostenitori (perfino a Rio de Janeiro), che ne lamentano ancora oggi la manipolazione da parte dei suoi collaboratori diretti (all’insaputa della maggioranza degli adepti) e delle stesse Autorità e si chiedono se l’America non sarebbe un Paese migliore oggi, se quell’esperimento non fosse stato inquinato alle radici dai suoi stessi artefici. Sic transit gloria mundi!

IppocrateOrg fortunatamente è vaccinata contro queste tentazioni.

Mario Panaro, Ex-Console Generale a Rio de Janeiro

 

Print Friendly, PDF & Email